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Questo libro mi è capitato per caso sotto gli occhi; La sua copertina l’ha calamitato nelle mie mani: una vecchia bmw rossa appoggiata ad un capanno in legno scuro. Il titolo mi ha costretto a sfogliarlo e a leggere le prime pagine: “Il lavoro manuale come medicina dell’anima” di Mattew Crawford (in inglese suona ben diverso ed è ancora più invogliante – “Shop Class as Soulcraft: An Inquiry Into the Value of Work”).
Mi ha attirato perchè: sono un motociclista che non disdegna di trafficare con la meccanica, mi ricordava un certo famoso precedente letterario (Pirsig – Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta (Gli Adelphi) – tra l’altro citato da Crawford) e per il tema trattato (il lavoro, in particolare il lavoro materiale).
L’ho letto con grande interesse. A volte non è semplice, soprattutto per chi (come me) non è filosofo come Crawford, ma è comunque un libro comprensibile ed illuminante.
Mattew Crawford si è avvicinato al mondo dei motori da giovane lavorando in una officina della Porsche. Ha lavorato anche come elettricista prima di laurearsi in filosofia politica all’università di Chicago. Racconta della sua passione per la manutenzione dei motori come se fosse una dipendenza da stupefacenti: quasi da vergognarsi e a cui dedicarsi in ogni momento di tempo libero e non.
Da laureato ha svolto alcuni lavori da colletto bianco ed il libro riassume le sue osservazioni in merito alla sua esperienza lavorativa e al valore del lavoro manuale, inflazionato dalla nostra cultura.
L’esperienza alienante del lavoro concettuale l’ha spinto a tornare ad occuparsi di motori ed aprire un’officina di manutenzione di motociclette.

Ho ritrovato con piacere alcuni temi riguardanti i pattern nella riparazione degli oggetti ed anche un’analogia con i giocatori di scacchi. Crawford parla anche quello che potremmo definire “riparare con la parte destra del cervello”, riferendoci a Betty Edwards (“Il nuovo disegnare con la parte destra del cervello”). Racconta di come i meccanici esperti approcciano la riparazione: individuando pattern ed estraniandosi o allontanadosi dal problema proprio come fa un’artista mentre dipinge (disattivando i simboli che la mente sovrappone a quanto vediamo).

Crawford analizza come il nostro sistema culturale stia impoverendo di valore le lauree e di come si stia degradando il lavoro da impiegato, sempre più svuotato (ad opera dei manager) di quel pizzico di ragionamento, intelligenza o artigianato (mi si permetta il termine). Il manager di oggi cerca di trasformare anche il lavoro concettuale in qualcosa di ripetitivo, svuotandolo del ragionamento e delle decisioni del singolo.
L’atteggiamento dominante è poi quello di allontanarsi dai dettagli perchè in questo modo è più facile non assumersi responsabilità e cercando sempre di dare risposte ambigue, che in futuro possano essere interpretate sempre a vantaggio del manager.
Il dirigente di oggi passa la maggior parte del tempo a gestire quello che gli altri pensano di lui.
Purtroppo devo constatare che ci sono parecchi riscontri a quanto raccontato da Crawford.

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